Vi avevo promesso che sarei ricomparsa ad inizio settimana, ed ecco il primo di una lunga serie di articoli.

Come ho già anticipato, il macroargomento del blog saranno le lingue. E quindi perché non partire con la lingua più bella di tutte?

Quale, vi starete chiedendo? Beh ovvio: L’ITALIANO! L’amatissima lingua del Belpaese, la lingua di Dante e Manzoni, la lingua che “è ancora una lingua ricca, leggera, complessa, nobile, musicale”.

Non è mia intenzione perdermi nel racconto dettagliato di genesi e sviluppo della nostra lingua, ma se vi interessa prendetevi un po’ di tempo e cliccate qui. Ne vale la pena!

Come ben sappiamo, l’italiano appartiene alla famiglia delle lingue indoeuropee ed è una lingua romanza, cioè una lingua derivante dal latino. Essa non deriva direttamente dal latino classico bensì dal volgare, il latino parlato dal vulgus, il popolo, coloro che abitavano nelle province romane.

Il volgare si evolvette progressivamente fino a raggiungere lo status di lingua autonoma del parlato, utilizzata anche per la scrittura di testi pratici, come quelli di carattere amministrativo e giuridico. Nacque dalla contaminazione del latino da parte delle lingue straniere degli invasori (longobardi, franchi, goti, ecc), stabilitisi in Italia dopo la caduta dell’Impero romano. I linguaggi di questi popoli invasori però non influenzarono tutto il territorio italiano allo stesso modo: nacquero così i volgari italiani, cioè i dialetti, forme differenti della lingua italiana parlate nelle diverse regioni e nate dallo stesso idioma, il latino parlato.
Il latino classico, invece, mantenne a lungo il suo status di lingua ufficiale per la scrittura di documenti e testi letterari anche grazie alla Chiesa, che lo utilizzò come mezzo di comunicazione ufficiale: era la lingua utilizzata principalmente da studiosi e ricchi che avevano la possibilità di studiarlo.

Fra il XIII e il XIV secolo ebbe inizio il processo di unificazione della lingua italiana. Modello fu il volgare fiorentino per una serie di fattori: innanzitutto la Toscana era una regione centrale, molto viva culturalmente, economicamente e commercialmente; inoltre il volgare toscano era quello più simile al latino, quindi venne accettato anche dalle persone colte che erano abituate ad utilizzare il latino classico.

Da sinistra verso destra: Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Francesco Petrarca

Nel processo di unificazione fu fondamentale il contributo dato dalle opere delle “tre corone fiorentine”: Dante, Petrarca e Boccaccio. Utilizzarono un lessico semplice e fruibile ma allo stesso tempo con latinismi, che divenne un esempio linguistico sia in poesia che in prosa.
Lo stesso Dante, nel De vulgari eloquentia (1304), trattato sulla lingua letteraria volgare, era propenso alla fondazione di una lingua comune “illustre”, nobile rispetto agli idiomi delle singole regioni. Era quindi favorevole all’accentuazione del divario tra lingua scritta, letteraria, e lingua parlata.

Tale divario venne enfatizzato dalla nascita del Vocabolario dell’Accademia della Crusca (1612), il primo grande dizionario della lingua italiana, basato sul fiorentino dei grandi autori del Trecento.

L’invenzione della stampa a metà del XV secolo fu sicuramente un punto di svolta per l’unificazione linguistica in Italia: era necessario utilizzare un solo linguaggio comune per i testi stampati in modo da rendere il tutto fruibile al maggior numero di persone.

Nel XVII secolo la necessità di promulgare il più possibile le scoperte scientifiche del periodo portò gli scienziati ad abbandonare il latino in favore di un linguaggio più colloquiale e più semplice. La massima espressione si ebbe con il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei.

Galileo Galilei a sinistra, Alessandro Manzoni a destra

La distanza tra un’unica lingua scritta e le tante parlate dialettali si accorciò grazie alla diffusione de I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Lo scrittore si rese conto che per unificare l’Italia dal punto di vista linguistico era necessario scegliere uno dei tanti dialetti ed elevarlo a lingua di tutta la popolazione. Nel suo celeberrimo romanzo quindi utilizzò come base il fiorentino moderno delle classi colte per crearne una versione semplificata, accessibile a tutti.

Oltre a tutti gli sforzi fatti a livello linguistico e letterario nel corso dei secoli, a portare all’unificazione della lingua italiana contribuirono anche altri fattori di varia natura:

  • L’esercito, con il servizio militare obbligatorio, nel quale si ritrovarono insieme giovani da tutta Italia che avevano bisogno per la prima volta di comunicare tra loro;
  • Industrializzazione e urbanizzazione;
  • La migrazione interna, dalle campagne alle città e dalle regioni più povere a quelle più sviluppate;
  • La diffusione dei giornali;
  • La scuola, con l’introduzione dell’istruzione obbligatoria;
  • Radio, cinema e televisione, che ebbero un ruolo chiave nella definitiva unificazione.

Per concludere questo excursus sulle origini della nostra lingua vorrei sottolineare una cosa fondamentale:

“l’italiano, e le lingue in generale, è espressione diretta della società in cui viene parlata. Viene influenzata costantemente dai tantissimi input e fenomeni che colpiscono i parlanti, vediamo ad esempio i dibattiti linguistici sul tema delle declinazioni femminili delle professioni oppure la nascita irrefrenabile di neologismi.
Ogni lingua parlata è di per sé dinamica, e merita di esser conosciuta e utilizzata nel migliore dei modi.”


Da questa breve riflessione conclusiva profonda 😉 mi ricollego al tema dell’articolo: la grammatica italiana.

Essendo io una “grammanazi”, vorrei parlarvi dei 5 errori grammaticali che mi fanno più accapponar la pelle.

Mi definisco così perché alle elementari ero una delle secchioncelle alle quali piaceva un sacco studiare le regole e le eccezioni, per poi spiegarle ai compagni o bacchettarli se sbagliavano un congiuntivo 🙂
In tutte le lingue che ho studiato e che conosco, la grammatica è un argomento che mi ha sempre molto appassionato.

Sì, è vero, impari realmente una lingua straniera quando hai la possibilità di parlarla con continuità, ma belli miei, se non conoscete l’uso corretto di una lingua dove volete andare?
Magari imparerete ad esprimervi in modo esaustivo, ma non potrete mai dire di conoscerla bene. Mi spiace ma qualcuno doveva pur dirvi la verità.

Dopo questa brutta notizia, torniamo a noi: ecco qui di seguito i 5 errori peggiori.

1. Qual è, questo sconosciuto!

Troppe, davvero troppe volte vedo questa costruzione scritta con l’apostrofo e mi si gela il sangue nelle vene. E no, non è vero che è stato accettato nell’uso comune, come l’imperfetto al posto del congiuntivo nel parlato.

SI SCRIVE SENZA L’APOSTROFO! E basta. Senza se e senza ma.
Non si mette l’apostrofo (così caro a tanti italiani) perché si tratta di un troncamento di “quale”, non di un’elisione.
L’apostrofo. Questo sconosciuto ai molti. Cliccate qui e rinfrescatevi la memoria, se ne avete bisogno.

2. L’accento.

Anche questo è un bel problemino per la maggior parte degli italiani.
Non si conosce la differenza tra accento grave ed accento acuto e lo si scrive a caso “Ma sììì, tanto è pur sempre un accento, no?”
Non funziona così. Ci sono delle regole da seguire anche in questo caso.
E meno male che in italiano si scrivono solo gli accenti che cadono sull’ultima sillaba! Altrimenti sai che tragedia? Perché, come ben saprete, quasi tutte le parole italiane hanno l’accento, ma graficamente lo indichiamo solo nelle parole con l’ultima sillaba accentata (città), o nelle parole monosillabiche che possono creare confusione (“dà” voce verbale e “da” preposizione).
Qui trovate le indicazioni base sull’utilizzo degli accenti acuto e grave. Se invece vi serve una rilettura degli accenti nella lingua italiana, cliccate qui.

3. Il congiuntivo. La Bestia Nera.

Nel parlato viene spesso sostituito dall’imperfetto, talmente spesso che è diventata una variante accettata. Nello scritto però l’imperativo è saperlo utilizzare. E tanta gente ha serie difficoltà nel coniugarlo nel modo giusto.
Io ricordo ancora quando alle elementari passavo ore a ripetere le coniugazioni ad alta voce, e grazie a Dio a qualcosa è servito tutto quel tempo speso sui tempi verbali.
Volete far un veloce ripasso? Cliccate qui. E date anche un’occhiata qui, che non fa mai male.

4. I pronomi.

Ecco un altro scoglio della grammatica italiana. Per molti miei connazionali esiste solo una forma universale, “gli”, da utilizzare sia per il maschile che per il femminile che al plurale.
Mi spiace deludere qualcuno, ma non è proprio così. Guardate un po’ qui e qui.

5. L’uso dell’H.

Capisco che nella pronuncia italiana l’h sia muta, ma nello scritto bisogna scriverla, e magari anche nel posto giusto! Hai o ai? O o ho? Hanno o anno? Qui viene spiegato, e con tanto di esempi.

Invece quali errori fanno accapponare la vostra, di pelle? Scrivetemeli nei commenti qui sotto, sono curiosa di saperlo!
E siete d’accordo con la mia top 5?

Alla prossima! Buziaki!

(“Baci” in polacco)